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C'è voluta la quarantena

C'è voluta la quarantena

Per l'emergenza, abbiamo ripensato ai nostri stili di vita Chissà se prima o poi lo faremo anche per il clima...

Prima che scoppiasse anche in Italia l'allarme coronavirus, qualcuno stava cominciando sommessamente a far notare che la primavera, quest'anno, era arrivata con un anticipo piuttosto preoccupante sul calendario, dopo un inverno che dell’inverno ha avuto ben poco: già all'inizio di febbraio i rami degli alberi buttavano le gemme, nei prati sbocciavano distese di primule e le api uscivano dagli alveari, ingannate dal tepore di un tardo inverno che si vestiva da stagione calda.

Complici le antenne rizzate dell'opinione pubblica dopo i roghi australiani e complici forse anche i continui e accorati appelli delle associazioni ambientaliste, qualcuno aveva iniziato a preoccuparsi, a chiedersi se fosse davvero normale che a febbraio al Nord Italia il termometro segnasse 18°C, a interrogarsi sulle conseguenze di un simile balzo in avanti nel ciclo delle stagioni, soprattutto se combinato con una protratta – e anch'essa inusuale – carenza di piogge o precipitazioni sul lungo periodo.

Qualcuno aveva cominciato a paventare il rischio siccità e quello di gelate tardive che avrebbero compromesso le coltivazioni, e quindi gli approvvigionamenti di colture nei mesi a venire, in maniera irreparabile; qualcun altro aveva fatto presente che no, le api, sentinelle di un ecosistema, tutte fuori a impollinare a febbraio non erano un bello spettacolo, bensì una potenziale ecatombe silenziosa, perché da un lato non avrebbero trovato cibo e dall'altro sarebbero state più vulnerabili in caso di prossimi e imprevedibili capovolgimenti di condizioni atmosferiche. Insomma, ci si stava accorgendo che qualcosa non quadrava e che era sempre più urgente cambiare stili di vita, a partire dalla quotidianità.

Poi è arrivato il coronavirus. E il clima, a torto o a ragione, è tornato a recedere nella classifica delle priorità. Sparito dai giornali e dalle cronache. È vero: spesso è la cronaca urgente a dettare le regole di informazione e di interessamento collettivo e dinnanzi al COVID-19 (questo il nome scientifico del “coronavirus”) e alle sue problematicità in termini di contagio, di sintomi e di imprevedibilità – così come dinnanzi alle ordinanze cautelative diramate nelle ultime settimane per fronteggiare l'emergenza nel migliore dei modi – è doveroso lasciare spazio e parola a chi è competente e titolato per affrontare il tema, per consigliare i cittadini e per tamponare le criticità mediche e logistiche create dall'esplosione del virus soprattutto nel Nord Italia e nei nostri territori.

Tuttavia, ciò che colpisce è lo squilibrio tra il pericolo percepito e la reazione collettiva. Un esempio su tutti, emblematico nel suo simbolismo: per timore del virus, in pochi giorni le mascherine sono andate esaurite più o meno ovunque (e probabilmente non spetta a noi giudicare se si tratti di precauzione necessaria o di eccesso di precauzione).

Al contempo, l'aria nella Pianura Padana è irrespirabile da settimane – se non da mesi – a causa dell'inquinamento, degli altissimi livelli di emissioni e della carenza di piogge: una situazione i cui effetti sulla salute umana sono molto più diffusi, molto più duraturi e molto più pericolosi sul lungo termine del coronavirus, eppure l’effetto sulle scelte quotidiane delle persone è di gran lunga minore . Secondo i dati dell'Agenzia Europea per l'Ambiente, l'inquinamento dell'aria causa solo nel nostro Paese il decesso di circa 80mila persone l'anno mentre, secondo le proiezioni dell'Oms, tra il 2030 e il 2050 le problematiche ambientali connesse ai cambiamenti climatici provocheranno circa 250mila vittime ogni anno: non proprio numerini. Ma la paura, in questo caso, stenta ad arrivare.

Non è necessariamente un male: la paura spinge all'azione, ma è dalla paura che spesso nascono le scelte meno lungimiranti. Ed è invece di lungimiranza che c'è bisogno ora, per affrontare le innumerevoli questioni connesse al clima, alle primavere che arrivano troppo presto, all'acqua che manca o che arriva con troppa violenza.

Mentre ci attrezziamo per eventuali quarantene, mentre svaligiamo i supermercati e attiviamo gli inconsci meccanismi da “caccia all'untore” di manzoniana memoria, ricordiamoci anche che quella contro il virus è soltanto una delle battaglie da combattere nel presente: certamente è la prima che ci ha portati a mettere in discussione e a ripensare la nostra quotidianità. Prima o poi riuscirà a farlo anche il clima?

La domanda è aperta.

Erica Balduzzi

Marzo 2020

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