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Tutta questione di cibo. Tra spreco, mode e sfruttamento

Tutta questione di cibo. Tra spreco, mode e sfruttamento

Squilibri, eccessi, impoverimento di terre e mari e diete “fashion” ma dannose. Viaggio sulle nostre tavole imbandite (ma a quale prezzo?)

“No meat day”, un giorno senza carne: è la provocazione lanciata dal movimento Fridays For Future lo scorso 23 settembre. Una provocazione che è andata a toccare un ambito sensibile come quello del cibo in generale, e del consumo di carne in particolare, e che ha chiesto agli aderenti un'azione tanto semplice quanto simbolica: per un giorno, evitare di consumare e comprare carne, dal momento che l'allevamento intensivo di bovini da carne è uno degli elementi più impattanti sull'ambiente a livello globale. Senza demonizzarla ma con la consapevolezza necessaria.

Quella del No Meat Day 2019 è una provocazione che va a inserirsi in una discussione e in un'analisi ben più ampia: quella relativa agli squilibri causati dal consumo eccessivo di cibo, dal suo spreco e dalle diseguaglianze ad esso connesse su scala globale. Perché una cosa è certa: ciò che si mette nel carrello e sulle nostre tavole in un modo o nell'altro impatta sul pianeta. Secondo un rapporto pubblicato a inizio 2019 sulla rivista medica Lancet e commissionato da Eat Forum, la produzione e il consumo alimentare sono tra le principali cause del cambiamento ambientale globale. E, accanto alla carne, anche numerose scelte “etiche” possono avere risvolti di tutt'altra natura. 

Il costo della carne...

Che l'allevamento intensivo ai fini del consumo di carne sia tra i principali produttori di gas climalteranti non è (più) una novità. Non solo: l'allevamento sottrae terreni sia alle foreste che all'uomo per la produzione di mangimi, consuma enormi quantità di acqua, produce rifiuti tossici da smaltire e che provocano l'eutrofizzazione e l'acidificazione dell'acqua su larga scala.

Eppure, secondo un report pubblicato da Science a luglio 2018, il consumo di carne sta aumentando, non soltanto in relazione alla crescita delle popolazione ma anche a quella del reddito medio individuale: negli ultimi 50 anni, il consumo medio di carne pro capite è quasi raddoppiato, passando dai 23 kg circa di carne all'anno del 1961 ai 43 kg del 2014. Con pesanti disparità geografiche: mentre in molte nazioni ad alto reddito il fenomeno è in fase discendente e in quelle a basso reddito si mantiene bassa e stabile, sono i Paesi emergenti e a medio reddito a registrare le maggiori impennate nel consumo di carne, con una propensione verso pollame e maiale.

Secondo alcune proiezioni della Fao, la presenza di carne sulle tavole mondiali aumenterà entro la metà del secolo del 76% (+50% nel consumo di pollo, +69% nel consumo di manzo, +42% nel consumo di suino), con tutte le conseguenze del caso. I numeri della carne raccolti da Science non lasciano adito a dubbi: l'allevamento di animali da macello è responsabile del 15% del totale di tutte le emissioni di gas serra dovute alle attività antropiche. Per 100 grammi di proteine, la carne produce 105 chili di gas serra e utilizza 370 metri quadrati di terra, mangiandosi sempre più aree forestali che vengono invece destinate a uso agricolo (con conseguente perdita della biodiversità) e bevendosi ingenti quantità di acqua dolce: quasi un terzo del consumo di acqua nelle attività umane è usato per l'allevamento degli animali da macello. Per non parlare delle acque contaminate dal mancato scorretto smaltimento dei rifiuti organici dagli allevamenti. 

… E degli avocadi

Consumare meno carne, quindi, per ridurre l'impatto umano sul pianeta. Ma con attenzione. Già, perché mentre da un lato aumenta la sensibilità sul tema “no meat”, l'altro lato della medaglia non è sempre e necessariamente green ed etico: il crescente consumo di alimenti di origine vegetale e “di moda”, infatti, si sta rivelando un'arma a doppio taglio, causando fortissimi squilibri sociali in diverse aree del mondo a basso reddito e generando una serie di effetti ambientali collaterali a catena. 

Si pensi - tanto per citare l'esempio più famoso – alla star della cucina veg degli ultimi anni, l'avocado, un vero e proprio frutto status symbol al punto che sono nate addirittura catene di bar e negozi interamente dedicate. Dal 1993, la produzione globale di avocado è più che raddoppiata; in Italia, si è passati dalle 3600 tonnellate consumate nel 2006 alle oltre 13 mila nel 2016 (+261%). Un dato difficile da comprendere se non si sottolinea che l'avocado ha bisogno di un'enorme quantità di acqua per crescere - per produrre mezzo chilo di avocado vengono usati in media 270 litri di acqua – e che un avocado deve percorrere oltre 7mila chilometri prima di arrivare sulle nostre tavole (dati di Foodmiles.com), con tutto il conseguente costo in termini di inquinamento per il trasporto. 

Non solo. Un recente articolo di Matteo Leonardon pubblicato su “The Vision” - che ha analizzato il costo umano e ambientale per il consumo degli alimenti “green” tanto alla moda sulle tavole occidentali – ha evidenziato anche come l'avocado in Messico venga chiamato ormai “oro verde”: alla domanda cresciuta a dismisura negli ultimi anni sono corrisposte una deforestazione che tocca i 700 ettari l'anno, l'avvelenamento delle falde acquifere a causa dei pesticidi, la perdita della biodiversità e la proliferazione di veri e propri “cartelli” criminali che gestiscono la coltivazione e la vendita degli avocadi.

Cibi poveri e cibi alla moda 

Il lato oscuro degli avocadi - tanto cari alle diete veg nei nostri paesi – non è poi così diverso da quello di altri alimenti dalla simile sorte, passati in pochi anni da cibi poveri ad alimenti ricercati e venduti a caro prezzo altrove nel mondo.

Un esempio su tutti, la quinoa. Considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura e molto utilizzata nelle diete vegane, ha costituito per millenni la base dell'alimentazione delle popolazioni rurali andine di Bolivia e Perù: dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato ed è diventato più conveniente produrla e venderla che non consumarla localmente.

Causando, però, tutta una serie di problemi: non solo la quinoa era il perfetto “alimento povero” per garantire il sostentamento delle popolazioni locali in alcune delle aree più povere del Sud America, ma la “corsa alla quinoa” ha provocato il crollo della produttività dei terreni e l'inquinamento delle acque e della terra a causa dei prodotti utilizzati per massimizzarne la produzione.

Un discorso simile si può fare per gli anacardi (base per molte ricette vegan e cruelty free), la cui filiera parte per il 40% dal Vietnam del Sud, dove viene raccolto grazie al lavoro forzato dei detenuti nei centri di recupero per tossicodipendenti (da una denuncia di Human Rights Watch), oppure per le mandorle, la cui richiesta e il cui prezzo hanno subito un'impennata negli ultimi anni e hanno portato la California (principale paese esportatore di mandorle) sull'orlo del prosciugamento delle risorse idriche. 

Siamo senza speranze dunque? Tutt'altro. Ma è necessario, forse, recuperare un'attenzione specifica a ciò che mettiamo sulle nostre tavole, interrogandoci non soltanto su quali benefici apporta a noi ma anche a quale filiera ce l'ha portato sul piatto, e a quale prezzo.

Un prezzo che, molto spesso, pagano altri al posto nostro.

Ottobre 2019

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