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Cop 27 Sharm el-Sheikh

Sempre più verso il punto di non ritorno

Pare che dal 6 al 20 novembre 2022 a Sharm el-Sheikh, sotto la presidenza dell'Egitto si sia svolta la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici per gli amici COP27. Un evento che dovrebbe attirare l’attenzione di tutti - vista la situazione - ma che quest’anno è stato offuscato dal G20 di Bali e dal relativo corollario di polemiche ma soprattutto dall’imminente Coppa del Mondo FIFA Qatar 2022. Bali, Sharm el-Sheikh, Qatar: in qualche modo il medio oriente e il mondo asiatico si sono presi la ribalta mediatica e si sono messi sotto la luce dei riflettori per più di un mese.

Riflettori che, però, si sono concentrati soprattutto sulle vicende calcistiche e su polemiche personalistiche offuscando eventi ben più significativi - tra cui gli avvenimenti iracheni e la speranza che le donne di quel popolo riescano a conquistare spazi di libertà per tutti e tutte – e soprattutto, per quel che ci riguarda, i lavori della COP27.

Una COP dai risultati modesti: le due settimane di lavoro, più due giorni di tempi supplementari, non sono bastate a produrre un testo capace di tenere assieme gli equilibri politici e le indicazioni necessarie alla sicurezza climatica. La COP27 si è chiusa come l’aveva progettata il governo egiziano, forte esportatore di gas ed elemento trainante della coalizione africana: un’apertura al principio della giustizia climatica e un altro anno di via libera ai combustibili fossili. Report su quello che è successo in quei giorni se ne sono letti molti, proviamo pertanto a concentrarci sui risultati e sui commenti attraverso le autorevoli opinioni di Carlo Petrini, di Stefano Ciafani e di Monica Frassoni.

Autorevoli commenti (ma poco confortanti)

Il fondatore di Slow Food, Petrini, non fa molti giri di parole sul tema, sostenendo che COP27 è stata un fallimento e che il punto di non ritorno è stato ormai superato: “Per trent’anni abbiamo riposto fiducia in un tipo di dialettica fatta di frasi come “siamo ancora in tempo”, “è tempo di agire” o “ci stiamo avvicinando al punto di non ritorno”. Questo è stato un metodo del tutto inefficace. L’inganno di avere ancora tempi e margini di manovra non ben definiti hanno posto le basi a un lungo e dannoso tergiversare: il punto di non ritorno è stato ormai superato.”

Il presidente nazionale di Legambiente, Ciafani, ha invece dichiarato: “La COP27 ha affrontato positivamente le conseguenze della crisi climatica con l’Istituzione del Fondo Loss and Damage, però non è riuscita ad affrontare la causa principale della crisi: la dipendenza dai combustibili fossili. Per mantenere concretamente vivo l’obiettivo di 1.5°C, è cruciale concordare al più presto sia la riduzione ed eliminazione dei sussidi alle fonti fossili che la limitazione del loro utilizzo”. Secondo gli ultimi rapporti dell’IPCC e della IEA, per essere in linea con la soglia critica di 1.5°C le emissioni climalteranti devono raggiungere il picco a livello globale entro il 2025 e diminuire entro il 2030 del 43% rispetto ai livelli del 2019. “Per questo – continua Ciafani – un contributo importante può venire dal phasing-out dei sussidi alle fonti fossili entro il 2030 che può consentire una riduzione del 10% a livello globale. Nello stesso tempo va attuata la decarbonizzazione del settore elettrico con l’uscita dal carbone, entro il 2030 per i Paesi OCSE ed il 2040 a livello globale e dal gas fossile entro il 2035 per i Paesi OCSE ed il 2040 a livello globale. Altrimenti non sarà possibile mantenere l’obiettivo di 1.5°C”.

Un giudizio decisamente pessimistico quello di Petrini, leggermente più speranzoso quello di Ciafani, ma ambedue decisamente critici verso la possibilità di raggiungere l’obiettivo di mantenere sotto 1.5° il riscaldamento globale. Condivisibile anche il commento della co-presidente dei Verdi Europei, Monica Frassoni, che dà voce ad alcune perplessità rispetto ai risultati delle COP: “L'Italia è uno dei pochi paesi che non ha un piano di adattamento e non ha neppure aggiornato il suo piano clima ed energia, dopo che l'Unione, e quindi anche l'Italia, ha deciso di aumentare dal 40 al 55% i suoi target di riduzioni nette ormai un bel po' di tempo fa.”

Varato il fondo Loss and damage

Tra i risultati positivi, quello del “loss and damage” (perdite e danni) ha ricevuto maggiore attenzione. In pratica, i paesi più vulnerabili hanno chiesto compensazioni economiche per i danni che stanno già sperimentando causati dai cambiamenti climatici, cioè di un problema non certo causato da loro. Il testo finale della COP27 include un fondo a tale scopo (anche grazie alla UE). Concettualmente è un passo storico verso la ‘giustizia climatica’ tema fondamentale eppure assente nei negoziati passati.

L’aver fatto passare il principio del loss and damage segna l’unico punto a favore della COP27 anche perché riporta il dibattito climatico dal tempo futuro al tempo presente. Non si discute più dei problemi che verranno, ma di come quantificare quelli che si sono già manifestati e che continuano a farlo. Approvato il principio generale, tutte le domande restano aperte: qual è l’ammontare di questo fondo? Da dove vengono presi i soldi? Chi deve pagare e chi deve essere pagato? Non sono domande accessorie: costituiscono il nocciolo del problema.

Sulla mitigazione, cioè sulla riduzione delle emissioni, non ci sono stati passi avanti significativi. Il tempo scorre e la finestra di opportunità per limitare i danni futuri si sta rapidamente riducendo. Al di là dei temi discussi, da notare quanto meno che se prima il focus era tutto sulle negoziazioni delle decisioni per rendere operativi gli accordi di Parigi e sulla necessità di impegni climatici formali da parte dei paesi, ora c’è molta più attenzione all’implementazione e alla trasparenza dei dati.

È mancata completamente finora la capacità di comprendere come le sfide, quella energetica e quella climatica, siano in realtà la stessa cosa, il che rischia di mettere in ginocchio in primo luogo l’Europa e le sue democrazie più in difficoltà, producendo a cascata situazioni devastanti, non ultima la guerra in Ucraina.

Infine: uno dei dossier fondamentali – quello legato ai diritti umani – non è stato nemmeno aperto nonostante potesse essere l’occasione giusta per porre il paese ospitante di fronte alle proprie responsabilità. E l’anno prossimo COP28 sarà ospitato a Dubai, negli emirati arabi un altro paese che avremmo qualche difficoltà a definire campione dei diritti umani.

Nicola Cremaschi

 
 
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