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Scompare un leader, perdura una visione e, per molti, un progetto di società possibile all’insegna di un cibo e un pianeta “buono, pulito e giusto”
Il settembre 2026 ha visto la prima edizione di Terra Madre senza Carlin. Senza il suo passo deciso, il suo sorriso sornione, i suoi guizzi verbali. Senza la sua presenza fisica: il fondo degli sguardi dei tanti che lo hanno conosciuto, anche solo incrociato, riverbera il disperante sconforto di non poterlo più sorprendere con una mano sulla spalla, di non avere più occasione di scambiare un aggiornamento sulla sua salute o sull’ultima sua sortita, di strappargli uno dei suoi commenti gustosi, spesso mordaci.
Ma Terra Madre, la manifestazione e, soprattutto il pensiero che l’ha partorita, sono il più grande lascito di questo grande anticipatore e pensatore dei nostri tempi. Terra Madre è un lascito monumentale dentro e fuori Slow Food. Certo l’intuizione che aveva partorito l’Associazione, da subito concepita come fenomeno e movimento senza frontiere, capace di parlare al mondo e stare nel mondo, tutto il mondo, ne è stata il prologo fondamentale. L’inossidabile formula del “buono, pulito e giusto”, micidiale sintesi del pensiero olistico efficace nel rendere a tutti evidente l’inscindibilità tra bontà gustativa e nutrizionale, cura ambientale e paesaggio, equità e dignità del lavoro, è stata un volano prodigioso e virale. Elemento entrato in ogni contesto e discorso sull’alimentazione e oltre, sale che ha permeato e condito irreversibilmente ogni approccio all’ “atto agricolo”1 del nutrirsi, potente metafora delle relazioni tra uomini e tra uomo e natura. Cartina al tornasole di diseguaglianze e ingiustizie.
È inconfutabile ed evidente che Carlin abbia cambiato radicalmente cognizione e narrazione sul cibo, nel solco aperto da visionari come il nostro Gino Veronelli. L’onnipresente connessione tra piacere e diritto al cibo nella sensibilità di Petrini è stata la via maestra verso Terra Madre. E, strada facendo, ha pure dato una scossa a pose tristi e bacchettone di certa politica incapace di cogliere la pratica non elitaria ma rivoluzionaria del cercare il piacere, anche attraverso il cibo, come tensione alla bellezza e al diritto alla felicità, di tutti per tutti; dove la difesa della biodiversità è insieme atto di liberazione. Dalla schiavitù del denaro e del lavoro alienato, dal consumo sfrenato e fine a se stesso, da abitudini distruttive di risorse, paesaggi, comunità.
Più ancora l’arguta intuizione del valore universale delle culture e colture indigene, delle visioni altre da quelle riduzioniste e autoreferenziali ha scosso le coscienze, accompagnato e anticipato il percorso di auto-critica dell’antropocentrismo diffusosi negli ultimi decenni. “Dai ghiacciai dell'Alaska alle Ande, dall'Amazzonia all'Australia, le culture indigene trattano il pianeta come un organismo senziente. Il loro animismo non è una vaga visione mistica, ma una vera e propria scienza del territorio, preziosa alleata del metodo scientifico”.2
Gli è sempre stato compagno il tentativo di indurre cambi di paradigma mutuato, certo da frequentazioni, incontri ed esperienze di prima mano che lo hanno portato a dialogare con “la schiena dritta” con i grandi del Pianeta, con compagni di viaggio come Ettore Tibaldi, Vandana Shiva, Edgar Morin, Pepe Mujica o Luis Sepùlveda… forte però di una sensibilità rivolta ai “dannati della terra”. È stato, a tutti gli effetti, il primo leader globale capace di parlare al mondo con inusitata autorevolezza per mostrare un’altra globalizzazione agita e possibile: quella intessuta di un nuovo umanesimo post-capitalista, sospinto dalla fraternità universale di cui il cibo può costituire magnifico vettore. In epoche di “guerra mondiale a pezzetti”, ibrida o meno, e deliri di re-migrazione, la sua pervicace insistenza su doverosi atti di “restituzione”, come parziale ammenda del nostro approccio colonialista, suona al contempo profetica e dolorosa. La consideriamo una delle tante utopie concrete, seminata per raccogliere cambiamenti nella realtà.
E, a proposito di capovolgimenti della logica corrente, la fratellanza estesa a tutto il vivente, figlia della “ecologia integrale” auspicata dal suo sodale e conterraneo, figlio di migranti assurto al soglio papale, ci soccorrono ancora le parole di Meschiari: “…adottare la prospettiva dei non-umani allo scopo di ripensare la Terra e il nostro rapporto con essa. Ora, questo cruciale cambio di paradigma sta investendo anche le scienze esatte che a volte, ispirandosi a, o cercando deliberatamente un confronto con i saperi ecologici nativi, ridefiniscono i propri metodi e i propri fini di ricerca elaborando delle epistemologie ibride”. Parole che sarebbero piaciute ad entrambi.
Prima, durante e dopo Terra Madre, il mio personale auspicio è che il contributo di questo grande visionario, con tutte le ponderose implicazioni connesse, divenga eredità condivisa quanto sgombra da superflue oleografie, lui non avrebbe gradito. Equivarrebbe ad anestetizzare il portato dirompente del suo pensiero, ricco, complesso e condito da una rara agilità retorica, capace di andare al cuore delle questioni restituite con linguaggio immediato e ammaliante, spesso carismatico. Allo stesso modo, anche se apparentemente contrario, indugiare sulle “liasons dangereuses” che egli ha, pur, intessuto con alcuni chiacchierati “personaggi della ribalta”, oppure, su certi suoi “strappi” con l’Associazione, quando i suoi dirigenti hanno preso strade a lui non troppo gradite, risulterebbe specularmente sterile. Carlo Petrini ci ha regalato un mondo, glielo dobbiamo tutti, anche coloro che non sanno di doverglielo.
Lorenzo Berlendis
già vicepresidente di Slow Food Italia, 2014-2018,
nell’esecutivo del Presidente Gaetano (Nino) Pascale.
È uscito da Slow Food nel 2021
NOTE
1. “Mangiare è un atto agricolo”. Wendel Berry, scrittore, poeta, saggista e attivista ambientalista statunitense, anche lui scomparso nel 2026, qualche mese dopo Petrini.
2. Matteo Meschiari, antropologo, da “Lucy sui mondi”, giugno 2026



























































