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Dal fallimento mondiale della Cop25 di Madrid allo slancio dello European Green Deal

Dal fallimento mondiale della Cop25 di Madrid allo slancio dello European Green Deal

La conferenza dell'Onu sul cambiamento climatico si è conclusa con un nulla di fatto. Ma l'Europa prova a cambiare le cose

Il 2019 sarà ricordato come l’anno del movimento Fridays For Future, in cui sempre più giovani sono scesi nelle piazze di tutto il mondo per chiedere di non giocare con il loro futuro e di salvaguardare l’ambiente.

Ma sarà ricordato anche come l'anno del nulla di fatto della Cop25 di Madrid, la conferenza sul cambiamento climatico organizzata dalle Nazioni Unite. Svoltasi dal 2 al 13 dicembre, la conferenza ha visto la partecipazione di 196 Paesi più l’Unione Europea, riuniti con l’obiettivo di definire i passi per tenere sotto controllo il riscaldamento globale.

I risultati, però, sono stati deludenti e sono stati pochi – troppo pochi - gli impegni concreti messi in campo. «Il punto di non ritorno non è più oltre l’orizzonte - ha affermato António Guterres, segretario generale dell’Onu, aprendo i lavori -: bisogna iniziare a ridurre le emissioni di gas serra a un ritmo coerente con l’azzeramento delle emissioni entro il 2050».

I mancati accordi sul mercato del carbonio

Eppure tutto si è concluso con un sostanziale nulla di fatto. L'unico risultato concreto è stata la vittoria dei cosiddetti Paesi vulnerabili (ossia quelli che rischiano di sparire sommersi dall’innalzamento del mare o devastati dalla siccità) sul punto dell’ambizione: entro quest’anno si dovrà decidere di quanto ridurre le emissioni di gas serra.

Sotto accusa, però, è finita soprattutto la scelta di posticipare al prossimo anno ogni decisione sull'articolo 6 dell'accordo di Parigi, cioè quello che regola il finanziamento delle riduzioni di emissioni sul mercato del carbonio.

L'incapacità di raggiungere un compromesso è stata causata dalle continue interruzioni delle trattative da parte di Brasile, Australia e Arabia Saudita: tutti paesi che, insieme agli Stati Uniti, si sono ufficialmente ritirati dall'accordo di Parigi di due anni fa (il ritiro sarà effettivo solo dal 4 novembre 2020). La questione dell'articolo 6 sarà quindi affrontata nuovamente a Cop26 a Glasgow, nel novembre 2020.

Il rinvio della questione stride con l'implementazione dell'accordo sul carbonio previsto per quest'anno, quando il Clean Development Mechanism (l'attuale sistema del mercato del carbonio, siglato nel '97 a Kyoto) sarà sostituito dal Sustainable Development Mechanism, di cui si parla proprio nell'articolo 6 dell'Accordo di Parigi: entrambi i sistemi prevedono la compensazione delle emissioni di carbonio tramite la realizzazione di progetti sostenibili, ma ciò che doveva essere potenziato nel CDM era la tutela dei diritti umani delle comunità locali nei progetti di compensazione.

Senza accordo sull'Articolo 6, e senza l'inclusione dei diritti umani nella discussione, i meccanismi continuano a non prevedere alcuna tutela per le popolazioni locali interessate dai progetti di compensazione che spesso si sono rivelati più dannosi che altro.

Eppure – sottolineano le associazioni ambientaliste e umanitarie – sono proprio le piccole comunità le più colpite dagli effetti diretti e indiretti del cambiamento climatico.

L'Europa in campo

Secondo il report della Wmo (l’Organizzazione meteorologica mondiale), le emissioni di gas serra hanno raggiunto un nuovo storico record negativo: dal 1990 l’effetto di riscaldamento dei gas serra è aumentato del 43%. I Paesi del G20, responsabili del 78% delle emissioni globali, non stanno rispettando gli accordi presi precedentemente.

E se da una parte sembra di essere ben lontani da un reale impegno, dall’altra parte qualcosa si muove: in Europa Ursula von Der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha infatti lanciato l’European Green Deal, il piano UE per l’ambiente.

«Il Green Deal europeo è la nostra nuova strategia per la crescita – ha affermato -. Ci consentirà di ridurre le emissioni e di creare nuovi posti di lavoro». Il piano è stato approvato dalla Commissione lo scorso 14 gennaio, con una previsione di mobilitazione economica pari a 1000 miliardi di euro in investimenti in 10 anni, tra risorse “fresche” (come il “Just transition fund” di 7,5 miliardi per sostenere il passaggio per i paesi europei maggiormente legati a economie estrattive) e investimenti pubblici e privati. Il piano - che dovrà essere discusso e approvato dal Parlamento europeo - potrebbe trasformare l'Europa nel primo continente “neutrale” entro il 2050.

Lo European Green Deal è un patto climatico tra gli stati membri che indica il cammino da seguire, attraverso 50 azioni, per diventare il primo continente a impatto climatico zero. L’Ue non è nuova a questo genere di azioni: è l’unica grande economia del mondo ad aver istituito un quadro legislativo in tutti i settori dell’economia per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra (emissioni che tra il 1990 e il 2018 sono diminuite del 23%), le famiglie europee risparmiano in media 150 euro l’anno grazie a prodotti concepiti in maniera più ecocompatibile e le norme recentemente adottate diminuiranno l’uso della plastica monouso, che rappresenta il 70% dei rifiuti sulle spiagge europee.

Lo European Green Deal si basa su quattro assi principali: arrivare alla neutralità climatica entro il 2050, proteggere animali e piante diminuendo l’inquinamento, aiutare le imprese a diventare leader mondiali nel campo delle tecnologie e dei prodotti puliti e contribuire a una transizione giusta ed inclusiva, in cui agricoltori e pescatori giocheranno un ruolo fondamentale.

Per raggiungere l’obiettivo neutralità climatica bisognerà lavorare su più fronti, a cominciare da quello energetico (decarbonizzando il settore) e da quello edile. Sarà necessario sostenere l’industria per diventare leader mondiali nell’economia verde e introdurre forme di trasporto privato e pubblico più pulite, economiche e sane (i trasporti costituiscono il 25% delle nostre emissioni).

Nella primavera di quest’anno la Commissione presenterà anche la strategia “dal produttore al consumatore” per potenziare l’agricoltura biologica, garantire ai cittadini europei prodotti alimentari sostenibili a costi contenuti, contrastare le frodi alimentari e realizzare un’economia circolare. Inoltre la Commissione europea presenterà delle proposte volte ad aumentare il livello di ambizione dell’Ue in materia di clima per il 2030: la normativa pertinente nel settore energetico verrà riesaminata e se necessario modificata entro giugno 2021.

Nel 2023 gli stati membri aggiorneranno i piani nazionali per l’energia e il clima affinché rispecchino la nuova ambizione in materia di clima.

Giada Frana

 

Cosa possono fare i cittadini?

Possiamo anche noi cercare nel nostro quotidiano di aiutare l’ambiente e inquinare di meno, con dei piccoli accorgimenti: preferire i mezzi pubblici alla macchina, quando possibile; utilizzare lampadine led; regolare il riscaldamento domestico, investendo in un isolamento termico adeguato; evitare la fast fashion (responsabile del 10% delle emissioni di Co2) e preferire il second hand o vestiti di filiere ecosostenibili; diminuire il consumo di carne (i gas a effetto serra associati alla filiera produttiva equivalgono al 15% di tutte le emissioni prodotte dagli esseri umani, senza contare la perdita della biodiversità in quanto le foreste vengono sacrificate per i pascoli), comprare a km zero consumando solo prodotti di stagione; limitare i voli aerei, perlomeno per gli spostamenti nazionali e continentali; non cedere all’impulso di comprare ogni anno nuovi device elettronici ed elettrodomestici e supportare le realtà locali che si impegnano in questa direzione. 

 
E se non agissimo subito?

 

  • 400 mila morti premature annue a causa dell’inquinamento atmosferico;
  • 90 mila decessi annui per le ondate di caldo;
  • 660 mila domande di asilo all’anno se le temperature aumentassero di 5°C;
  • 16% delle specie a rischio di estinzione se la temperatura aumentasse di 4,3°C;
  • 40% in meno di acqua disponibile nelle regioni dell’Europa meridionale;
  • 500 mila persone esposte ogni anno alle inondazioni fluviali;
  • 50 milioni di persone che rischiano di abbandonare la propria casa a causa delle inondazioni fluviali;
  • 2,2 milioni di persone esposte alle inondazioni costiere ogni anno;
  • 190 miliardi di euro di perdite annue se la temperatura aumentasse di 3°C;
  • Aumento del 20% dei prezzi dei beni alimentari;
  • Più di 40 miliardi di euro l’anno per i costi economici della mortalità dovuta al caldo

(Fonti: Agenzia europea dell’ambiente e Centro comune di ricerca Peseta IV).

Gennaio 2020

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