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Dilili a Parigi: una favola contro la violenza e le discriminazioni

Dilili a Parigi: una favola contro la violenza e le discriminazioni

In viaggio nella Parigi della Belle Époque con una bambina che crede nella cultura, nello scambio e nell’emancipazione femminile

Ha una codina sbarazzina con un fiocco giallo, un vestito da signorina, una voce gentile ma sveglia: è Dilili, una bambina «dalla pelle troppo chiara per i canachi e troppo scura per i francesi», la protagonista della fiaba dalle atmosfere romantiche e dai risvolti oscuri firmata dal francese Michel Ocelot (già regista di «Azur e Asmar» e «Kirikù e la strega Karabà»). Il film è uscito poche settimane fa al cinema. 

La pellicola racconta la storia di Dilili, fuggita clandestinamente dalla Nuova Caledonia e approdata nella capitale con l’aiuto dell’insegnante Louise Michel. Dotata di un francese impeccabile e di ottime maniere, conquista tutti con un inchino e la frase «Io sono lieta di conoscerla». La piccola è alla ricerca della sua identità in una città che la vede come una “piccola scimmietta selvaggia”. Presto, però, si troverà coinvolta in una vera e propria missione: salvare altre bambine indagando, a rischio della sua stessa vita, sui misteriosi rapimenti che terrorizzano l’Île de la Cité. A metterli in atto sono i membri della setta dei «Maschi Maestri», il cui motto è «Parigi bella e dotta, Parigi corrotta». Il loro fine? Creare una seconda città, nel buio del sottosuolo e delle fogne, dove le loro vittime sono costrette a coprirsi con i mantelli neri. E sono educate a tenere il capo chino, camminare a quattro zampe e far sedere i loro padroni sulla schiena. 

Umanista più che femminista

Misoginia, razzismo, terrorismo e ignoranza: Michel Ocelot ambienta i peggiori incubi dell’attualità nei giorni delle grandi invenzioni, delle scoperte scientifiche, dei grandi capolavori dell'arte e della letteratura. «Ho scelto di collocarlo nella Parigi della Belle Époque – ha rivelato in un’intervista - perché è stato uno degli ultimi periodi in cui le donne erano solite indossare abiti lunghi fino a terra che le facevano sembrare principesse, regine e fate».

E poi è stato il momento in cui «hanno cominciato a poco a poco ad abbattere alcune barriere che le separavano dai maschi: incontriamo la prima donna avvocato, la prima dottoressa, la prima studentessa all’università, la prima autista di taxi». Ma l'ha preferito anche per «il contrasto tra la civilizzazione dell'Occidente e la stupidità della violenza, in questo caso quella degli uomini sulle donne». 

Con l’aiuto del giovane fattorino Orel, Dilili incontra i grandi personaggi del tempo (Gustave Eiffel, Henri de Toulouse-Lautrec, Marcel Proust, Picasso) e le paladine dell’epoca, dalla scultrice Camille Claudel all’attrice Sarah Bernhardt alla soprano Emma Calvé, una sorta di Fata Turchina che si prende cura di lei e le insegna le coccole. «Attenzione, non dobbiamo retrocedere»: è il monito che Marie Curie, pioniera della scienza e prima donna a vincere il premio Nobel, rivolge alla protagonista. Ma non si tratta di una battaglia esclusivamente rosa, quanto di una crociata per l’umanità, perché questi «uomini non fanno del male solo alle donne, ma anche a loro stessi». 

Solo con il potere della cultura e la ricchezza che sprigiona la diversità si possono costruire un presente e un futuro migliore. Più che femminista, è un film «umanista – ha detto il regista -. Attraverso questo denuncio l'imbecillità di certi uomini, perché i maschi che calpestano le donne di certo non sono felici. La felicità è vivere insieme, crescere insieme, arricchirsi».

Michela Offredi

Giugno 2019

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