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Intervista alla sociologa Francesca Forno. Perché valorizzare l'Economia Sociale e Solidale

Francesca Forno

Un settore in continuo sviluppo che porta a ricostruire legami veri con le persone e l'ambiente. Importante il ruolo di istituzioni e cittadini per portare avanti la proposta di legge regionale

Secondo Lei, che valore ha attualmente e potenzialmente questo settore dell’Economia Sociale e Solidale all’interno del nostro sistema economico?

Ho sempre sostenuto che valutare solo in termini economici il valore dell’Economia Sociale e Solidale sia molto riduttivo e per molti versi impossibile. Certo esistono stime prodotte da studi e ricerche su quanto questo settore produca rispetto a occupazione e denaro. Ma il valore dell’Economia Sociale e Solidale va molto oltre, se non altro perché ciò che producono le esperienze dell’ESS ha ricadute sulla cultura, sull’ambiente, sulle relazioni, sul benessere individuale e collettivo. In una società che sembra aver ormai posto al centro esclusivamente l’individuo accumulatore di beni e denaro per sé senza rispetto per l'altro, queste esperienze ci riportano al senso vero delle nostre esistenze: il prendersi cura dell’altro e dell’ambiente in cui viviamo. L’Economia Sociale e Solidale è anzitutto una sfida culturale, una forma di “resistenza quotidiana” che non si rassegna davanti ai grandi problemi della contemporaneità, come il cambiamento climatico e l’aumento delle disuguaglianze, ma che cerca e sperimenta soluzioni a beneficio di tutti.

Quali elementi distintivi della ESS dovrebbero essere maggiormente valorizzati?

Dall’esperienza di studio e osservazione da tanti anni, l’elemento che secondo me caratterizza di più l’ESS, e che maggiormente dovrebbe essere valorizzato, è la sua capacità di ricostruire legami, di riconnettere le persone tra loro e con il proprio ambiente. Una società che prende e getta, senza chiedersi da dove arriva quel che prende e dove va quel che getta, attirata dal sempre più nuovo e dal prezzo sempre più basso, è una società che non apprezza più la qualità e che perde il senso della sua storia e la capacità di pensare e costruire futuro.

Quali sono gli ostacoli che possono frenare lo sviluppo di queste attività?

Gli ostacoli sono sia interni che esterni a queste esperienze. Esterni perché la società contemporanea sembra non essere più in grado di porre al centro del suo agire obiettivi come la giustizia sociale e ambientale, spesso etichettando come “sognatori” o “ingenui” coloro che continuano con ostinazione a rifiutare il modello dell’individuo-accumulatore. Interni perché, anche a causa della chiusura verso queste esperienze, in alcuni casi l’Economia Sociale e Solidale tende a stringersi in reti sempre più strette, con il rischio di assumere una forma sub-culturale dando vita a “mercati di nicchia” che rischiano di escludere, invece di includere.

Sempre all’interno di un’economia di mercato, in che rapporto deve stare l’Economia Sociale e Solidale con l’economia tradizionale volta principalmente alla massimizzazione del profitto? È possibile pensare a uno sviluppo economico che sia rispondente a una crescita di tutto il territorio, delle piccole attività locali, un’economia di relazione tra imprese e i cittadini che in quel territorio vivono?

L’Economia Sociale e Solidale è chiaramente una forma di economia “alternativa” all’economia volta principalmente alla massimizzazione del profitto. Si sviluppa proprio per differenziarsi da questo modello e per (ri)affermare principi e obiettivi di carattere sociale e collettivo. Penso che negli ultimi anni, soprattutto grazie al lavoro delle molte esperienze attive nei diversi territori, si sia peraltro sviluppata non solo una crescente attenzione e sensibilità verso i temi quali la sostenibilità ambientale e sociale, ma si siano anche sperimentate una serie di pratiche che hanno saputo dimostrare di saper funzionare proprio per la loro capacità di ritessere relazioni tra imprese e cittadini che abitano e agiscono nel medesimo territorio. È sufficiente pensare a come sia cambiato negli ultimi anni il modo con cui acquistiamo il nostro cibo, pensando alle ricadute sulla base della provenienza e delle modalità di produzione, sulla tutela della biodiversità e della fertilità dei suoli, creando opportunità per piccoli produttori locali che diversamente verrebbero estromessi dalle logiche del mercato globale.

In Lombardia, una Regione tra le più sviluppate economicamente, con eccellenze in tanti settori, come poter primeggiare anche in questo ambito, a favore di una qualità di vita e di relazioni sociali migliori per tutti, con benessere diffuso e un ambiente più sano? Cosa può fare un ente come Regione Lombardia per favorire l’Economia Sociale e Solidale del proprio territorio?

Le istituzioni possono fare tantissimo. Possono essere un volano importante per questo tipo di economia, favorendone la sostenibilità nel tempo e la diffusione. I cittadini auto-organizzandosi hanno già fatto molto, ma la consapevolezza e l’azione individuale non sono sufficienti. È necessaria anche la consapevolezza e l’azione delle istituzioni, a partire da quelle più vicine alla cittadinanza.

Attraverso una legge regionale che riconosca questo settore nello specifico, come quella depositata il 18 febbraio 2019 presso gli uffici di Regione Lombardia, secondo Lei sarà possibile aumentare e potenziare la crescita complessiva dell’economia e dello sviluppo territoriale della Lombardia, orientandola sempre più verso una migliore vivibilità ambientale e coesione sociale? Quali altre politiche o strumenti ritiene possibile mettere in campo come Regione?

Innanzitutto penso che questa proposta di legge abbia il grande valore di riconoscere l’Economia Sociale e Solidale come una realtà già esistente e radicata con molteplici pratiche ed esperienze nei territori, sotto forma di nuclei di distretti che hanno dimostrato una importante dinamicità, sia economica che sociale-culturale. In questo senso trovo che questa proposta di legge vada a rafforzare e supportare la crescita e la diffusione di pratiche che altrimenti solo con grande fatica riuscirebbero a fare di più di quanto hanno già fatto, con l’obiettivo di raggiungere fasce più ampie della popolazione. Particolarmente importante, ad esempio, mi sembra la possibilità di sviluppo e promozione di servizi per l’ESS, come servizi d’informazione, formazione, assistenza tecnica, orientamento, consulenza, tutoraggio. Di grande valore mi pare anche l’intento di favorire e realizzare iniziative di diffusione e sensibilizzazione sui temi dell’ESS che coinvolgono scuole e università, realtà che hanno la responsabilità di formare le nuove generazioni.

In altre parole, ritengo che per riuscire a diffondersi maggiormente e soprattutto per includere sempre più ampie fasce della popolazione, l’Economia Sociale e Solidale abbia bisogno di essere “infrastruttura” e questo possono farlo solo istituzioni che scommettono su questo tipo di economia. Peraltro i dati dimostrano che nell’ultimo decennio, anche nel nostro paese, risulta di molto aumentata la consapevolezza dei cittadini rispetto agli effetti sociali e ambientali dei propri consumi: il consumo critico e un’economia partecipata dalla comunità sono fattori determinanti.

Se i dati sulla diffusione del consumo critico sono incoraggianti, tuttavia, sono ancora tante le persone che non conoscono le opportunità di questa economia e soprattutto “fare consumo critico” è molto spesso enormemente faticoso in quanto certi prodotti non sono facilmente accessibili.

Bisogna quindi rendere visibile dove sono disponibili i prodotti dell’Economia Sociale e Solidale attraverso mappe di comunità capaci di indicare la presenza di mercati contadini, negozi della filiera corta, Gruppi di Acquisto Solidale ecc., insieme a una capillare informazione anche tramite l’organizzazione di eventi collettivi, che aiutino le varie esperienze a fare rete anche in modo “conviviale”, rafforzando lo spirito di “comunanza” tra le persone. Questi sono tutti ingredienti indispensabili per far crescere un'economia più giusta. Un'economia che sostituisce le paure e le difficoltà con progettualità concrete. Progettualità che anziché alimentarle, queste paure, tramutano l’incertezza e lo spaesamento delle persone in progetti che uniscono e includono, anziché dividere ed escludere.

Ci sono esempi in questo senso di buone pratiche già sperimentate o avanzate in Lombardia?

Può essere che sia perché è il territorio che conosco meglio, avendolo vissuto attivamente per molti anni, ma mi sembra che ciò che è avvenuto nella città e nella provincia di Bergamo in questi anni possa davvero rappresentare non solo una “buona pratica”, ma un esempio da guardare con grande interesse. Sulla spinta di una rete di organizzazioni e cittadini, che negli anni ha saputo - anche grazie al rapporto e l’impegno dell’Università locale - tessere una sempre più ampia rete di alleanze con soggetti sia pubblici che privati, il territorio di Bergamo ha saputo riportare in auge una progettualità di ampio respiro che riesce a guardare lontano e che ben rappresenta il vecchio motto “Pensa globalmente, agisci localmente”. 

Marzo 2019

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