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Pesce, cacao, caffè. Imprese sostenibili dal mondo

Dalle Ande all'Africa, dai mari nostrani agli oceani globali, storie di realtà che provano a intraprendere nuovi modelli di sviluppo

«Ayni nella filosofia andina significa “reciprocità” ed è questo che sta alla base del nostro agire: l'obiettivo di creare cioè un circolo virtuoso di economia, rispettoso dell'ambiente e delle comunità locali». A parlare è Veronica Silva, giovane e intraprendente donna peruviana residente a Milano che ha recentemente aperto Sami, una realtà di commercializzazione in Italia di prodotti peruviani provenienti da filiere sostenibili ed etiche e prodotti da piccole attività locali e cooperative; tra questi il caffè, biologico e coltivato secondo i principi dell'agricoltura rigenerativa e integrata da una piccola cooperativa femminile situata nelle province di San Ignacio e Jaen, nel nord del Perù. «Il mondo del caffè è ancora prevalentemente maschile - spiega Veronica - ma iniziano a esserci piccole realtà di donne di montagna che stanno scrivendo il proprio destino e il destino del proprio territorio». Non a caso, Sami in lingua quechua significa 'energia rigeneratrice' e i colori scelti per il logo richiamano le tinte del Vinicunca, montagna peruviana dai sette colori nella regione di Cusco. Insomma un marchio legato al territorio, alle radici, alle genti che lo abitano. Un marchio che prova a costruire un tipo diverso di sviluppo: non predatorio e sfruttatore ma attento all'ambiente, alla società, alle piccole economie locali della Sierra peruviana.

Storie sostenibili di semi, caffè e cacao

La storia di Veronica Silva e del marchio Sami si inserisce all'interno dei numerosi progetti di sviluppo sostenibile che stanno nascendo, spesso in modo silenzioso, un po' in tutto il mondo: nuovi modi di pensare l'agricoltura, la pesca, la produzione artigiana secondo modelli che provano a riscrivere il destino delle comunità e dei territori, fuori dalle logiche predatorie del capitalismo attuale. Sono progetti che coinvolgono le comunità locali, che si sviluppano dal basso e che puntano a costruire strade innovative, attente alla sostenibilità a 360°: sotto il profilo ambientale, certo, ma anche economico e sociale. Un esempio - forse il più famoso - è quello dell'impegno dell'attivista indiana Vandana Shiva, impegno declinatosi nel corso dei decenni proprio nella costruzione di una rete di progetti di agricoltura rigenerativa e sostenibile e di “opposizione verde” alle multinazionali dell'agrobusiness: come il progetto Navdanya sviluppato nell’Utterkahand (stato dell'India settentrionale, ai piedi della catena dell'Himalaya) e gestito da un'organizzazione a matrice femminile per proteggere la sovranità alimentare e delle sementi e il lavoro dei piccoli agricoltori locali che ha portato alla creazione di una fitta rete di banche di semi e produttori biologici e una filiera articolata di commercio equo e solidale. Le battaglie di Vandana Shiva oggi sono conosciute anche al di fuori del mondo strettamente biologico, e questo ha aiutato parecchio la risonanza di progetti analoghi e di numerose altre realtà che provano a lavorare secondo i medesimi principi. È il caso ad esempio di El Cacao, piantagione nicaraguense di cacao di 2500 ettari nata nel 2012, che opera sulla base dei principi dell'agricoltura integrata e rigenerativa. In che modo? Semplice: alternando le piante di cacao con altre aree boschive miste per favorire la biodiversità, aumentare la ricchezza del suolo e ricreare un sistema naturale equilibrato, ma anche per offrire un prodotto più ricco, buono e sostenibile. Sostenibile, soprattutto, perché il mondo del cacao intensivo oggi è uno dei più impattanti a livello climatico e ambientale: la produzione di cacao si concentra soprattutto in America, Asia e Africa (da cui proviene il 77% del cacao acquistato dalle multinazionali dolciarie) ed è in mano a grandi holding che direzionano il mercato e determinano i costi. Il risultato è che ai produttori arrivano solo le briciole dell'enorme giro d'affari che il cacao produce ed è per questo che sempre più realtà stanno cercando una propria strada, mettendo in campo piccole e silenziose ribellioni di sviluppo sostenibile. El Cacao è un esempio; altri esempi in materia sono quelli di Choco+ (realtà 100% ivoriana che trasforma il cacao locale e crea lavoro per i giovani del territorio) oppure di ChocoTogo, cooperativa togolese che produce cioccolato e dà lavoro a quasi un centinaio di persone, in maggioranza donne.

Pesca sostenibile e storie di comunità

Non solo terra ma anche mare. Quando si parla di progetti di sviluppo sostenibile, un occhio di riguardo va dato anche all'oro blu del nostro Pianeta: è quanto sta facendo un numero crescente di piccole realtà che fanno della pesca sostenibile la propria bandiera. Non a caso su scala globale, le risorse ittiche oggi nutrono e danno reddito a circa 800 milioni di persone, ma il proliferare della pesca eccessiva rischia di impoverire irrimediabilmente la biodiversità di mari e oceani, mettendo così a rischio anche la sussistenza di un gran numero di persone. L'attenzione quindi alla pesca sostenibile – in grado cioè di non depauperare le risorse ittiche ma di assicurarne il mantenimento e la rigenerazione equilibrata – diventa un imperativo sempre più impellente. Un esempio concreto di questo approccio viene dal Madagascar, precisamente dal villaggio di pescatori di Andavadoaka, dove la comunità – supportata dall'impresa sociale britannica Blue Venture – ha messo in campo pratiche sostenibili per preservare il polpo locale, senza per questo intaccare l'economia ittica locale. In che modo? Instaurando aree marine di tutela per la crescita dell'animale e vietandone la pesca e la commercializzazione prima dei sei mesi: si è così posto un argine alla pesca abusiva e si è interrotta la pratica di pesca dell'animale piccolissimo, garantendone la crescita e favorendo così la pesca di un numero minore di polpi adulti (senza intaccare la quantità totale venduta sul mercato).

Altri esempi vengono invece dall'Italia. Come la cooperativa Maricap, sull'isola di Capraia, nell'Arcipelago Toscano, che ha istituito un sistema di acquacoltura sostenibile per la pesca a impatto zero di spigole e orate freschissime grazie al divieto di utilizzo di antibiotici e della dispersione di mangimi in acqua. O come le piccole attività di pesca artigiana e sostenibile nelle Isole Egadi. «Pratichiamo la pesca selettiva, a basso impatto ambientale» racconta Ignazio Bevilacqua, pescatore dell'isola di Marettimo. «Significa che catturiamo solo specifiche specie bersaglio della taglia desiderata, usando imbarcazioni inferiori ai 12 metri e operando entro dodici miglia dalla costa. Questo ci permetti di minimizzare le catture accidentali, ridurre gli scarti e preservare l'equilibrio ittico del nostro mare».

Erica Balduzzi

Marzo 2023

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