Tra promesse disattese e divisioni, la Cop30 di Belém in Brasile delude le attese ma rilancia la voce della società civile aprendo a nuove prospettive
Dal 10 al 21 novembre 2025 si è tenuta la 30° Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, meglio nota come Cop30, a Belém in Brasile, alle porte dell’Amazzonia. Il compito arduo di definire una roadmap, vale a dire una tabella di marcia per far fronte al riscaldamento del pianeta, sembrava un obiettivo raggiungibile e le aspettative erano alte, tanto che questa era stata annunciata come la Cop della svolta.
D’altronde i segnali allarmanti del disastro climatico che si palesa sempre più chiaramente e frequentemente dovrebbero aiutare il genere umano ad agire e a farlo con una certa velocità.
Come ha sottolineato il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres durante il vertice sul clima di Belém (Belém Climate Summit) che ha preceduto di pochi giorni la Cop30, la scienza ora ci conferma che un temporaneo superamento del limite di 1,5 °C – a partire al più tardi dall'inizio degli anni 2030 – è inevitabile».
A complicare ulteriormente il quadro si aggiungono le “sparate” assurde e infondate di un uomo potente, ma indifferente alla responsabilità che comporta il suo ruolo, che accusa di truffa gli scienziati, ovvero persone che possono fornire incontestabili prove tangibili a sostegno delle loro affermazioni scientifiche e che, tra l’altro, non si capisce perché mai dovrebbero “perpetrare una grande truffa al mondo” e cosa ne guadagnerebbero. Si capiscono benissimo invece gli enormi interessi di chi si oppone, magnati privati e Stati che producono e commerciano combustibili fossili, guadagnando cifre imbarazzanti, a cui chiaramente conviene sostenere il negazionismo climatico, disorientando l’opinione pubblica per conservare i propri esclusivi interessi.
Accordi deboli e promesse vuote
L’energia e la sensazione dei primi giorni della Cop30 facevano ben sperare di poter rilanciare l’azione globale contro la crisi climatica: circa a metà dei negoziati si pensava di poter raggiungere un accordo ambizioso a livello globale per uscire dai combustibili fossili, ma alla fine l’assemblea plenaria ha approvato un accordo sostanzialmente vuoto e deludente, che ha lasciato l’amaro in bocca e il senso di un’occasione mancata. Il documento finale, battezzato “Global Mutirão” – dal portoghese, “sforzo collettivo” – ripete promesse già viste nelle precedenti conferenze e non aggiunge passi concreti in avanti.
Sul tavolo c’erano due temi centrali: una roadmap globale per l’uscita dai combustibili fossili e l’aumento dei fondi per l’adattamento ai cambiamenti climatici, richiesti soprattutto dai Paesi del Sud del mondo.
La proposta brasiliana di una tabella di marcia verso l’eliminazione graduale di carbone, petrolio e gas in un primo momento aveva riscosso il parere favorevole di più di ottanta Paesi, ma poi, nella fase finale dei negoziati, la roadmap è scomparsa dal testo, sostituita da vaghe promesse volontarie. Dietro al colpo di scena c’è stato l’ostruzionismo dei cosiddetti petrostati, in primis Arabia Saudita e Russia, che hanno bloccato ogni riferimento esplicito alle fonti fossili.
Sul fronte finanziario, la richiesta del G77, che riunisce Africa, America Latina e quasi tutta l’Asia, di triplicare i fondi per l’adattamento è stata accolta solo in forma di invito volontario entro il 2035, senza dettagli su chi pagherà e come. Un compromesso al ribasso che lascia irrisolto uno dei nodi storici della giustizia climatica.
La spaccatura geopolitica
La Cop30 ha mostrato con chiarezza un mondo diviso. Gli Stati Uniti di Trump per la prima volta non hanno partecipato; la Cina ha giocato un ruolo ambivalente, presentandosi come potenziale leader climatico ma difendendo al tempo stesso l’uso del carbone; l’Unione Europea è apparsa indebolita e frammentata con due paesi europei, Italia e Polonia, che si sono opposti alla roadmap.
Questa crisi non è solo diplomatica: è la crisi del multilateralismo stesso. Le Cop avevano funzionato in un mondo in cui Stati Uniti e Cina dialogavano e l’Europa e la Russia non erano ai ferri corti.
Oggi, in un contesto polarizzato tra chi vuole uscire dai fossili e chi rifiuta la transizione e non ha bisogno delle Cop, il modello del consenso, che dà a ogni Paese potere di veto, sembra sempre meno capace di produrre risultati.
La forza delle voci dal basso
Fuori dai padiglioni della conferenza, però, qualcosa si è mosso. A Belém si è tenuta la Cúpula dos Povos, la Cupola dei Popoli: il più grande evento alternativo alla Cop, che ha riunito movimenti e organizzazioni popolari da 63 Paesi. Migliaia di attivisti, movimenti sociali e comunità indigene si sono confrontati e hanno portato un messaggio chiaro: la transizione ecologica deve essere giusta, inclusiva e democratica, non solo tecnologica.
La spettacolare Barqueata sul Rio Guamá è stato il momento simbolico centrale, rimbalzato abbondantemente nei social: duecento imbarcazioni e più di cinquemila persone da tutto il mondo hanno dato vita una manifestazione solcando il fiume amazzonico in segno di protesta contro le fonti fossili e la distruzione dei territori.
È stata la più ampia partecipazione indigena nella storia delle Cop e un risultato concreto è arrivato proprio da lì: la demarcazione di dieci nuovi territori indigeni, un passo importante nella difesa della foresta amazzonica considerato che nelle terre indigene la deforestazione è di molto inferiore.
Le voci della società civile hanno denunciato le false soluzioni – come i crediti di carbonio o le compensazioni future – chiedendo invece sovranità sui territori, agricoltura sostenibile e reale partecipazione delle comunità locali. È in questo fermento che molti hanno visto la parte più viva e autentica dell’evento internazionale.
Un summit per la giusta transizione
Tra le poche buone notizie arrivate da Belém c’è l’iniziativa lanciata dalla Colombia in collaborazione con i Paesi Bassi: il lancio di un summit internazionale per la giusta transizione dalle fonti fossili, che si terrà nella città colombiana di Santa Marta nell’aprile 2026.
Un gruppo di Paesi “volenterosi” – ambiziosi, ma spesso marginalizzati nei negoziati ufficiali – proverà a pianificare insieme un’uscita concreta da petrolio, carbone e gas.
In altre parole: parallelamente alla Cop30, che dovrebbe pianificare l’uscita generale dalle fonti fossili, alcuni paesi si organizzano in gruppi più ristretti per pianificare altrove la stessa cosa.
Ciò rende evidente lo stallo del sistema su cui si basano le Cop, ma è un segnale politico importante perché evidenzia l’idea che la transizione possa avanzare anche fuori di un indisponibile consenso internazionale.
Verso la Cop31 tra stasi e speranza
L’appuntamento brasiliano ha dimostrato che questo modello ormai non è più efficace: i negoziati non portano a risultati determinanti e incisivi. Ciò che è successo a Belém ha però anche mostrato che c’è voglia di cambiamento, che sono molti gli attivisti, gli scienziati, i delegati, gli indigeni, i giornalisti e anche alcuni Stati che si muovono e non subiscono passivamente lo status quo e l’immobilismo, lanciando così una speranza verso nuove possibilità.
L’appuntamento della prossima Cop31 è già fissato: Italia e Turchia ospiteranno l’edizione 2026 della Conferenza. L’abbinamento di questi due paesi lascia un po’ perplessi, non solo per questioni logistiche ma anche per l’approccio politico. Sarà importante seguire il percorso verso la prossima Cop ed anche osservare i percorsi alternativi che stanno prendendo forma. Belém ha mostrato i limiti della diplomazia climatica, ma anche la forza crescente di chi, dal basso, non smette di credere in un futuro sostenibile.
Simonetta Rinaldi















































