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Ermanno Olmi, cantore degli umili e delle piccole cose

Ermanno Olmi

Lo storico e critico del cinema Raffaele De Berti ricorda il celebre regista bergamasco recentemente scomparso. La sua unicità: quella di un cinema umanista

Il 7 maggio 2018 ci ha lasciati un grande regista e uomo di cultura, Ermanno Olmi. Un uomo che seppe restare umile, proprio come i soggetti che amava portare nelle sue opere. I suoi non sono solo film, bensì esperienze estetiche di rilievo e dall’impostazione poetica, tant’è che qualcuno si è spinto persino a dire che “L’albero degli zoccoli” – film con cui il regista conquistò Cannes nel 1978 e che proprio quest’anno festeggia i suoi 40 anni – è il “poema epico dei Bergamaschi”. L’unicità di Olmi è stata dopotutto quella di saper trasformare in cinema un mondo assolutamente poverissimo che, a prima vista, non considereremmo mai degno della settima arte. Raccontare i grandi avvenimenti della storia è facile, meno facile forse conferire dignità artistica a soggetti assolutamente umili, assolutamente comuni, senza apparenti tratti distintivi, soggetti “della vita di tutti i giorni”, ma non certo privi di valori autentici. Anzi, l’autenticità è forse l’aspetto che più colpisce dei contadini e degli operai che Olmi porta sul grande schermo. La loro spontaneità, a volte persino ingenuità, e la dedizione al lavoro e alla famiglia, la loro capacità di accettare e resistere alla sofferenza, è ciò che in qualche modo li eleva al rango di eroi.

Raffaele De Berti, docente di Storia e Critica del Cinema e Cinematografia Documentaria all’Università degli Studi di Milano, ci aiuta a tratteggiare il lascito di Olmi e l’impatto che ha avuto nel mondo culturale italiano.

Professore, che tipo di vuoto lascia Ermanno Olmi nel cinema italiano (e non solo)? Perché sarà doveroso perpetuarne la memoria?

Olmi ci lascia in eredità un metodo, un particolare modo di concepire la settima arte, un rigore di temi. Ermanno Olmi era, dopotutto, un uomo di cinema ma anche uomo nel senso pieno della parola, una persona modello. Si distinse sempre per la sua attenzione agli altri e a un cinema fatto essenzialmente per raccontare e celebrare le persone semplici, umili, persone che non hanno fatto la storia, ma che per questo non sono meno degne di essere immortalate. Attraverso l’arte del cinema, Olmi dà loro una voce, un ruolo nella storia, le valorizza. In Olmi c’è l’attenzione costante agli uomini e all’umanità, anche quella più povera. Per questo parlerei senza problemi, nel suo caso, di cinema umanista.

Ebbene, questa sua attenzione alla persona è riscontrabile già nei suoi primissimi lavori?

Certo che sì. Le sue prime esperienze alla Edison-Volta, società che gli commissionò la realizzazione di una serie di documentari per raccontare le produzioni industriali e la vita lavorativa degli operai del gruppo, sono proprio questo: un cinema umanista. È vero che in essi Olmi riprende il lavoro e le macchine, ma non tralascia mai il lato umano, difatti la sua macchina da presa segue i lavoratori che riparano i cavi in alta montagna o i guardiani che vigilano sulla diga.

Quindi già agli esordi Olmi era un regista poetico?

Certamente sì, senza dubbio. Pensiamo a un documentario di quelli della Edison-Volta come “La pattuglia del Passo San Giacomo” del 1954: lì si dischiude in tutta la sua chiarezza l’attenzione del regista bergamasco per i particolari, le piccole cose. Alla fine del cortometraggio ci trasmette la magia di una lampadina che, grazie appunto agli impianti della Edison, si illumina in una vetrina di uno sperduto paese di montagna, catturando l’attenzione di un bambino in cammino nel buio della notte. È il cinema dei piccoli gesti e non delle grandi messe in scena: “la piccola forma”, per usare un’espressione del filosofo francese Gilles Deleuze. Questo è ciò che distingue nettamente Olmi dal resto della produzione documentaristica degli anni Cinquanta. Fin dall’inizio dunque notiamo in lui una marca sua propria, un’originalità, una produzione autoriale che non è mai d’occasione, come confermano anche le figure professionali di cui amava circondarsi: una di queste era il montatore Giampiero Viola.

Alcuni definiscono Olmi un post-neorealista. Lei è d’accordo?

Attribuire delle etichette non è mai facile. Certamente il regista eredita l’esperienza neorealista, difatti – pur essendo un autore, come abbiamo detto, molto forte e originale – fu sicuramente influenzato da Roberto Rossellini. Tra l’altro Rossellini partecipò a dei progetti prodotti dalla società dello stesso Olmi, la “22 dicembre”, che il regista bergamasco fondò con alcuni soci dopo aver chiuso l’esperienza alla Edison-Volta. Quindi, tornando alla domanda iniziale, va bene definirlo post-neorealista, ma con cautela: dopotutto, il Neorealismo della seconda metà degli anni Quaranta non ha nulla a che vedere con il cinema anni Sessanta. Si parla di post-neorealismo per affinità di temi con il passato, anche se le esperienze restano distinte. Infatti Olmi rimase profondamente ancorato alla propria esperienza personale e alla propria terra natia. Uno dei suoi primi film di finzione, “Il posto” (1961) porta sullo schermo le esperienze di due giovani che, per motivi di lavoro, si inurbano, si modernizzano, passando dall’hinterland alla città. Così Olmi fotografa un cambiamento realmente avvenuto nella società del Nord Italia negli anni del boom economico: chi prima abitava nelle cascine, negli anni del benessere emigrò in città trovando lavoro come operaio o impiegato. Il film prende atto della nascita nella società italiana di due fenomeni: quello dei colletti bianchi (la piccola borghesia) e quello del pendolarismo. I ragazzi del film non sono altro che i discendenti degli umili contadini celebrati nella pellicola “L’albero degli zoccoli”.

A proposito di quest’ultimo film, tra i più noti del regista, possiamo dire che rappresenti l’apice della sua produzione cinematografica?

Certamente “L’albero degli zoccoli” riassume in sé tutte le caratteristiche del cinema “olmiano” ed è una testimonianza di indiscusso valore. Però non sarebbe corretto ridurre Olmi solo a questo, pensiamo anche ai film successivi. “Il mestiere delle armi”, del 2001, un grande film in costume sugli ultimi giorni di vita di Giovanni delle Bande Nere: Olmi restituisce allo spettatore una dimensione storica in una ricostruzione ammirabile. O ancora: “La leggenda del santo bevitore”, anno 1988, ripreso dall’opera autobiografica di Joseph Roth. Olmi era questo: un regista colto, versatile, eclettico che sapeva passare dalle cascine della pianura lombarda, dalle piccole e umili vicissitudini quotidiane, ai fatti della grande Storia, e non ebbe nemmeno paura di confrontarsi con soggetti letterari. Anche questo contribuisce a fare di lui un unicum. Già agli inizi del suo mestiere, dopotutto, si era cimentato nella messa in scena di un’opera leopardiana: “Dialogo di un venditore di almanacchi e un passeggiere”, uno dei suoi primi corti, risalente al 1954. Con "L’albero degli zoccoli" Olmi fa qualcosa di importante: riprende, e in questo modo conserva e salva, una cultura contadina millenaria di cui si rischiava la perdita dovuta alla frenetica industrializzazione e modernità del XX secolo. Un’operazione a lui cara, che ritroviamo in un altro suo lavoro, di parecchi anni successivo.

Quale?

Il documentario “Terra Madre”, sull’omonimo forum mondiale tenutosi a Torino nel 2006 su iniziativa del fondatore di Slow Food Carlo Petrini. Per l’occasione si presentarono oltre 5000 contadini e pastori da 150 paesi diversi, ognuno con la propria cultura, e il regista ne ricavò un film, uscito nel 2009, che divenne anche manifesto politico delle comunità agricole nel mondo. Ciò che si ricorda ne "L’albero degli zoccoli" rimane profondamente attuale: la rivalutazione della cultura contadina e della terra, nella sua accezione benevola e materna, e la genuinità del lavoro agricolo sono temi che ritornano anche in questo successivo lavoro. Si pensi poi a quanto Expo 2015 abbia rilanciato questi concetti. Quel mondo di fine Ottocento che stava scomparendo potrebbe ritornare in modi diversi, con diversi obiettivi: ed ecco Terra Madre, che si potrebbe considerare una sorta di “sequel” – ma in versione documentaristica – del film del 1978.

Ma esistono registi contemporanei che, in qualche modo, si rifanno a Olmi?

Certamente Olmi ha influenzato una generazione di registi, passati attraverso l’esperienza della scuola da lui fondata a Bassano del Grappa: Ipotesi Cinema. Si trattava però per lo più di un progetto più che di una scuola, perché Olmi e i suoi collaboratori furono dei maestri nel senso pieno del termine. Insegnarono attraverso l’esperienza, piuttosto che trasmettere nozioni didascaliche. Ermanno Olmi però resta un regista dalla cifra stilistica unica, che finora non è stata replicata.

Come lo preferisce ricordare?

Io lo associo molto a Carlo Maria Martini, me lo immagino così: accanto a lui. Al cardinale dedicò il suo ultimo documentario, intitolato: “Vedete, sono uno di voi”, uscito lo scorso anno. Io li ritengo molto simili, per l’attenzione rivolta agli altri e per il coraggio e la forza dimostrati nel proseguire i rispettivi lavori, nonostante la sofferenza.

Lorenzo Dell’Onore

L’albero degli zoccoli 1978-2018

Anche se si tratta di una filmografia molto parziale, si consiglia la visione dei film citati nel corso dell’intervista per cogliere appieno lo spessore e il valore di un regista come Ermanno Olmi. Non si può però prescindere dal suo capolavoro, “L’albero degli zoccoli”, che trionfò alla trentunesima edizione del Festival di Cannes nel 1978, aggiudicandosi la Palma d’Oro.

Per il 40° anniversario del film è stato costituito un coordinamento che fa capo ad alcuni comuni della bassa bergamasca, dove sono state girate la maggior parte delle scene. Quest’anno la pellicola è stata ricordata con un ciclo di conferenze. Le prossime due si terranno: a Calcinate il 9 giugno alle 17.30, presso la Sala della Comunità in Piazza Chiesa, dove si parlerà di “Comunicazione e dialetto bergamasco”; “Alimentazione e agricoltura” sarà invece il focus tematico dell’incontro di Mornico al Serio, previsto per sabato 23 giugno, sempre alle 17.30, in via Castello 55, durante la Festa sull’Aia.

Per tutte le informazioni e l’aggiornamento sugli eventi dedicati al film si veda il sito www.bassabergamascaorientale.it 

 
 
Giugno 2018

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