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Expo 2015 verso la chiusura dei cancelli

Expo 2015 verso la chiusura dei cancelli

Dal successo dei numeri all’incognita sul futuro dell’area, si avviano al termine i sei mesi di Esposizione Universale

Ci si rende conto di quanto il tempo passi in fretta solo alla fine di un evento tanto atteso e preparato: il giorno di Natale, gli esami di maturità, le vacanze estive e, perché no, anche un’Esposizione Universale.

La grande fiera internazionale che Milano aspettava dal 2009 e che è stata protagonista indiscussa dell’agenda dei media del nostro Paese, tra entusiasmi e polemiche, sta ora per volgere al termine e a meno di un mese dalla chiusura dei cancelli le lunghe file agli ingressi fanno prevedere il buon esito dell’evento in termini di visitatori.

Al primo di settembre risultavano venduti quasi 14 milioni di biglietti e dall’avvio della manifestazione alla fine di agosto, gli accessi al sito espositivo sono stati 12,2 milioni. La speranza è ancora quella di arrivare alla chiusura di Expo Milano 2015 con 20 milioni di biglietti emessi.

Biglietti venduti a parte, è ovviamente ancora troppo presto per tirare le somme e per una vera stima del successo di Expo bisognerà aspettare mesi, forse anni, anche per sapere se gli spazi e le infrastrutture che per sei mesi hanno visto il via vai di visitatori giunti da ogni parte del mondo si trasformeranno in un nuovo polo urbano o se verranno invece trascurate, trasformandosi in aree abbandonate servite da infrastrutture sproporzionate.

Il rischio. Dimenticare il tema

Se per conoscere quella che sarà l’eredità di Expo dal punto di vista dell’urbanistica e delle infrastrutture bisognerà aspettare anni, quale sarà invece l’eredità del grande tema che si proponeva essere il filo conduttore dell’evento, “Nutrire il Pianeta. Energia per la Vita”?

Expo non si prefissava certo di risolvere il problema della fame nel mondo e della malnutrizione, che colpisce la maggior parte della popolazione mondiale, e nemmeno quello dello spreco alimentare e dei problemi legati a un’alimentazione scorretta ed eccessiva nel mondo occidentale.

Tuttavia il tema era delicato e, non potrebbe essere altrimenti, d’interesse collettivo: dai piccoli coltivatori dei Paesi in via di sviluppo alle grandi multinazionali dell’agroalimentare fino ad arrivare al consumatore finale, nessuno poteva ritenersi escluso. Sarà forse questo il motivo per cui si sono sentiti tanti pareri discordanti sul modo in cui è stata gestita l’Esposizione milanese e sulla presenza di tante multinazionali che l’hanno fatta da padrone, relegando un po’ in secondo piano i grandi temi legati all’alimentazione: biodiversità, sostenibilità ambientale ed economica, tradizioni e culture popolari nell’esperienza agroalimentare.

Eppure quella di Milano 2015 non è stata la prima Expo ad avere un tema così importante. Solo per citare gli ultimi, in termini di tempo, l’Expo di Hannover, nel 2000, aveva come tema “Umanità, Natura, Tecnologia. Economia dell’energia e dello spazio”, l’Expo 2005 di Aichi richiamava “La saggezza della Natura” e furono protagonisti l’ecologia, le tecnologie rinnovabili e le meraviglie della natura, mentre Expo 2010, organizzata dalla città di Shanghai, scelse come tema “Una città migliore, una vita migliore”.

Il suo record di 70 milioni di visitatori non ha però risolto il problema della sostenibilità e della vivibilità nei grandi spazi urbani, tantomeno in Cina dove ancora oggi in molte città si registrano livelli di inquinamento atmosferico tra i più alti al mondo. Allo stesso modo Expo Milano 2015 non risolverà il problema della fame nel mondo.

Eppure forse un piccolo passo avanti è stato fatto, grazie alla Carta di Milano e alla sensibilità che si spera abbia sollevato attorno alle questioni del cibo, delle produzioni agricole e della loro sostenibilità ambientale.

La Carta di Milano. L’eredità immateriale di Expo 2015

Presentata lo scorso 26 settembre dal ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Maurizio Martina presso la sede newyorkese delle Nazioni Unite, la Carta di Milano rappresenta non solo l’eredità di Expo, ma anche il contributo dell’Italia all’aggiornamento degli Obiettivi del Millennio, che prevedono, tra l’altro, l’eliminazione della fame e della povertà estrema dal mondo, obiettivi che, nel 2000, tutti gli stati membri dell’Onu si erano impegnati a raggiungere entro il 2015.

Frutto del lavoro biennale di un gruppo di esperti e ricercatori, la Carta di Milano vuole essere un manifesto concreto e attuabile che coinvolge tutti, cittadini, istituzioni locali, nazionali e internazionali per combattere le disuguaglianze alimentari.

L’ambizioso obiettivo della Carta è quello di chiedere un’assunzione di responsabilità, da parte di tutti, nella battaglia per il diritto al cibo e contro le diseguaglianze e gli sprechi alimentari, indicando le priorità per raggiungere tali obiettivi.

Per la prima volta, un’Esposizione Universale avrà quindi un’eredità immateriale. La Carta di Milano sarà consegnata ufficialmente al Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban ki-Moon, il 16 ottobre, in occasione della sua visita a Expo, in un collegamento ideale tra il semestre di Expo e l’appuntamento degli Obiettivi del Millennio.

Le critiche: troppe multinazionali e poca sostenibilità

Expo come sappiamo ha suscitato diversi giudizi critici, in tanti l’hanno considerata una fiera per architetti più che un vero momento di incontro intorno alle tematiche alimentari. Ogni Paese partecipante ha avuto la possibilità di declinare il tema, “Nutrire il Pianeta. Energia per la Vita” secondo il proprio gusto e le proprie disponibilità economiche.

Tuttavia, da quando sono nate, in piena Rivoluzione Industriale, le Esposizioni Universali hanno avuto l’obiettivo di mettere in mostra la ricchezza delle nazioni partecipanti, soprattutto attraverso i virtuosismi architettonici. Un esempio su tutti la Torre Eiffel, oggi simbolo della Francia intera, pensata inizialmente per essere smantellata al termine dell’Esposizione parigina del 1889 e ai tempi tanto disprezzata dai suoi concittadini, che per anni ne chiesero l’abbattimento.

Un’altra nota dolente, che ha fatto storcere il naso a molti, è stata la presenza massiccia delle multinazionali dell’agroalimentare e non solo, spesso sinonimo di un’alimentazione tutt’altro che sana, equa e sostenibile: Coca Cola, Mc Donald’s, Ferrero, Monsanto, Nestlé solo per citarne alcune.

“A Expo 2015 le multinazionali nutrono loro stesse, non il Pianeta” era stato il monito di Vandana Shiva a pochi giorni dall’avvio dell’Esposizione Universale. Ad accentuare questa presenza è stata anche la mancanza di vere alternative al junk food. Dai 12 ortaggi in stile Arcimboldo che compongono la mascotte Foody, ai padiglioni e ai cluster, quasi tutti dedicati a prodotti agricoli, al tema stesso di Expo, il filo conduttore dell’evento sembrava dover essere un’alimentazione più sana e sostenibile.

E invece a far parlare di più sono stati il panino di zebra o di coccodrillo, l’hamburger di pitone o le cavallette fritte che hanno catalizzato l’attenzione dei visitatori con i loro nomi esotici.

La grande incognita. Il dopo Expo

Ma ciò che sicuramente desta ancora più perplessità è la grande incognita di quel che ne sarà dell’area Expo a partire dal mese prossimo. I grandi eventi possono essere un’importante occasione di riqualificazione e valorizzazione urbana, ma nonostante i piani di riconversione delle aree che a fine evento sono richiesti ai Paesi organizzatori di qualsiasi evento di portata internazionale, si tratti di Olimpiadi o Esposizioni universali, quello che purtroppo spesso avviene è la progettazione di opere e infrastrutture faraoniche, costosissime e impossibili da gestire o riconvertire una volta spenti i riflettori.

Nelle intenzioni originarie Expo avrebbe dovuto puntare proprio sul contenuto e non perdersi nei virtuosismi delle forme e nella stravaganza delle architetture. Ma ora che calerà il sipario, cosa ne sarà degli oltre 100 ettari di terreno agricolo che hanno lasciato il posto alle infrastrutture e di cui nessuno per il momento si è ancora fatto carico?

«Al netto delle anomalie tutte italiane, il problema di fondo è delle Esposizioni -ha commentato il quotidiano inglese The Guardian- i benefici, quando ci sono, non valgono gli sforzi, perché le Esposizioni Universali, per come sono concepite, non possono che esaurirsi in uno spreco di risorse, in una fonte di debiti e, spesso, in una fabbrica di rovine permanenti».

 

Arianna Corti

Ottobre 2015

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