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Moda etica e sostenibile. Fashion: da fast a… revolution

Uno dei settori più inquinanti al mondo, eppure i vestiti a basso prezzo continuano a spopolare. Davvero servono tanti indumenti di così bassa qualità?

Che la filiera produttiva dell’industria tessile nasconda una realtà scomoda, non è più un segreto. La fast-fashion, con la delocalizzazione produttiva in paesi dal basso costo di manodopera, vaghe tutele dei diritti dei lavoratori e incerte normative legate alla salvaguardia del territorio, ha un impatto significativo sia in termini ambientali che sociali.

Torniamo alle origini: prima dell’industrializzazione, la produzione tessile oltre ad essere tendenzialmente locale era legata all’artigianato che premiava la qualità di un prodotto. I nostri nonni possedevano meno capi, di maggior qualità e, per questo, durevoli nel tempo. La cultura dell’epoca era legata alla cura dei beni e alla loro riparazione. L’industrializzazione, che ha offerto la possibilità di produrre molto e velocemente, ha dato luogo a un radicale cambio culturale: il prêt-à-porter, nato con l’intento di poter offrire a chiunque la possibilità di vestirsi dignitosamente senza spendere cifre inaffrontabili, ben presto si è trasformato in un’arma a doppio taglio. La velocità della produzione ha svelato la possibilità di fare tanti soldi, velocemente e questo è andato a scapito della qualità. Con l’aprirsi dei mercati, le aziende occidentali hanno dislocato le produzioni in aree dove la manodopera costa meno, la tassazione è più bassa e le normative in campo di salvaguardia ambientale e diritti dei lavoratori, sono meno stringenti. Ci ritroviamo oggi con la possibilità di acquistare una maglietta a Milano (ma Made in Bangladesh) per 4,90€ e poterci permettere di acquistarne un’altra non appena quella ci avrà annoiato. Quei 4,90€ comprendono i costi delle materie prime, quelli di produzione e manodopera, il trasporto oltreoceano, lo stoccaggio e la distribuzione. Se tutto ciò rientra in quella misera cifra, i conti non tornano. Qualcosa è stato sacrificato: la tutela dei lavoratori? Il rispetto del territorio? La qualità dei materiali? Questi bassi costi, celano costi molto più alti in termini ambientali e sociali. Per approfondire questa tematica è utile la visione del documentario “The True Cost” del 2015 di Andrew Morgan. In maniera esaustiva e trasparente, viene scandagliata la filiera produttiva, offrendo allo spettatore una panoramica chiara e agghiacciante del reale impatto della filiera tessile e dei numeri degli sprechi.

I numeri della moda

Il termine fast fashion, fu coniato nel 1989 dal New York Times in occasione dell'apertura del primo negozio Zara in città per una abbigliamento dalla vita veloce. Da 4 collezioni di moda all’anno siamo arrivati a 52, come le settimane: oggi, infatti, la richiesta del ready to wear cresce di circa il 2% ogni anno. Una interessante ricerca pubblicata su Nature Reviews Earth & Environment conferma che globalmente l’industria della moda è responsabile di circa l'8-10% delle emissioni globali con 4.000-5.000 milioni di tonnellate l’anno di CO2. E’ causa dell'accumulo negli oceani di oltre un terzo delle micro-plastiche e contribuisce per il 20% alla contaminazione industriale dell'acqua in tutto il mondo. E’ infine responsabile di oltre 92.000 tonnellate annue di rifiuti tessili (inclusi i capi invenduti).

Fashion Revolution, il movimento

Era il 24 aprile 2013 quando l’impianto manifatturiero di 8 piani “Rana Plaza” a Dacca, in Bangladesh, non adeguatamente manutenuto, crolla causando la morte di circa 1300 persone. Questo drammatico evento ha segnato un punto di non ritorno, dando il via al movimento globale Fashion Revolution che si occupa di sensibilizzare i consumatori all’impatto della fast fashion tramite numerose iniziative in tutto il mondo. Una delle campagne più note e significative della Fashion Revolution è #WhoMadeMyClothes: una settimana (la Fashion Revolution Week che cade ogni anno a cavallo dell’anniversario del disastro del Rana Plaza) in cui i consumatori sono invitati a fotografare le etichette dei propri vestiti, taggando l’azienda produttrice e chiedendo “Who Made My Clothes”? Chi ha realizzato i vestiti che indosso? L’intento è quello di ottenere la massima trasparenza sulla filiera produttiva della moda. Grazie al contributo importante di questi movimenti, qualcosa pian piano sta cambiando.

Che alternative abbiamo?

Le alternative al consumo legato al fast fashion esistono e ce ne sono per tutte le tasche. Naturalmente, il primo passo è quello di assumere consapevolezza e cercare di uscire da un’ottica compulsiva dei consumi. Detto ciò, ecco cosa possiamo fare.

Second Hand e Vintage

Senza dubbio la seconda mano è la scelta più sostenibile in assoluto, per l’ambiente e per il portafogli. Si rende vita a beni in buono stato, a basso costo e con la possibilità di scoprire capi unici e di qualità. Sono sempre di più i negozi in cui è possibile acquistare di seconda mano. In alternativa esistono anche piattaforme online (come Vinted o Depop) per vendite di seconda mano tra privati.

Swap Parties

Sono momenti in cui i partecipanti si scambiano, gratuitamente, beni inutilizzati ma ancora in buono stato, in un’ottica circolare dell’economia con l’intento di normalizzare i consumi di seconda mano. Sono molte le associazioni che portano periodicamente avanti queste iniziative (le più note: a Milano, TerraLab Onlus e a Roma, Inspire con il progetto Nei Tuoi Panni). E’ tuttavia un format semplice da organizzare anche tra amici!

Brand etici e sostenibili

Una valida alternativa per chi non ama la seconda mano, seppur talvolta più (giustamente) dispendiosa, è quella di rivolgersi a brand etici e sostenibili. Si tratta di brand con una filiera trasparente, che utilizzano materie prime naturali estratte nel rispetto del territorio e nel rispetto dei diritti dei lavoratori. Generalmente questo tipo di realtà, oltre ad avere certificazioni internazionalmente riconosciute (come GOTS) rendono disponibile per l’utenza anche un bilancio di sostenibilità. Sono molte le realtà che, oggi, si travestono da aziende sostenibili senza esserlo realmente: con poche accortezze, tuttavia, che vanno dalle certificazioni alla tracciabilità della filiera, saremo facilmente in grado di smascherarle.

Armocromia

Con il termine “armocromia” si fa riferimento ad uno studio legato all’armonia dei colori in relazione ad una persona. La disciplina è stata importata recentemente nel nostro paese per mano di Rossella Migliaccio, esperta di settore, che ha anche fondato l’Italian Image Institute. Secondo questi studi, ogni persona rientra in uno specifico spettro di colori (che sono suddivisi su tre stagioni con tre sottogruppi ciascuna per un totale di dodici gruppi). Per ogni sottogruppo, esiste una specifica gamma di colore che valorizza, o meno, una persona. Capire qual è la propria categoria di riferimento può essere uno strumento utile a sviluppare un guardaroba essenziale e “in palette”, di capi che possano valorizzarci e che siano tutti abbinabili l’uno con l’altro. Sapere cosa ci valorizza, inoltre, è un ottimo motivo per evitare di cadere nelle spirali di irragionevoli acquisti compulsivi, soprattutto durante i periodi dei saldi.

Laura Zunica

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